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Scoprendo Montxo Martínez, direttore tecnico ed enologo di Vivaltus

16/09/2026 Interviste
Scoprendo Montxo Martínez, direttore tecnico ed enologo di Vivaltus

“Più uva, meno drammi”. La maglietta, tanto semplice quanto incisiva, non lascia indifferenti. Il suo proprietario ha importato l'idea dall'Argentina, un paese in cui ha viaggiato per partecipare a numerose vendemmie e dove ogni raccolto viene celebrato con un nuovo design. Ha copiato l'usanza perché si adattava perfettamente alla sua visione del vino, incentrata sulla naturalità, la curiosità e, come ben dice la sua maglietta, senza drammatismi.

Entriamo nella cantina e scopriamo che ha una benda su un dito. Non è una posa da eroico vendemmiatore, ma il risultato di un taglio con un coltello mentre ci preparava delle fragole per darci il benvenuto. Un gesto semplice che dimostra il calore e l'entusiasmo con cui accoglie chiunque varchi la sua soglia.


Successivamente ci conduce a quello che lui chiama, con un sorriso, “la mia cappella sistina”. È la sua zona di relax, ma anche il suo laboratorio dove cerca alternative al legno. Una vera audacia in una denominazione come Ribera del Duero, dove la botte di rovere da 300 litri sembra aver esercitato per decenni una sorta di potere onnipotente. Lui, tuttavia, non rinnega il legno. Semplicemente non vuole che sia il protagonista.

Ascoltare il territorio guidati da un maestro

Il progetto nasce dall'impulso del Grupo Yllera, una dinastia familiare legata alla produzione di vino da generazioni, pioniera a Rueda dagli anni '70 e presente nella Ribera del Duero dagli anni '80. Nel 2015 si presentò l'opportunità di acquisire a Curiel de Duero un edificio rimasto incompiuto e che non aveva mai prodotto vino, poiché disponeva solo dell'infrastruttura di base e dei serbatoi. L'intenzione era chiara, creare un grande vino, e per questo contattarono Jean-Claude Berrouet. Lo storico creatore di Petrus accettò la proposta dopo averci riflettuto bene, fedele alla sua filosofia di collaborare con una sola cantina per paese.


In questo percorso, Berrouet divenne una figura fondamentale per Montxo, trasmettendogli una filosofia tanto semplice quanto esigente, volta a emozionare senza mai perdere l'essenza dell'origine.


Quando arrivò a Vivaltus, l'enologo francese iniziò ascoltando. Per farlo, acquistò vini di diverse zone e annate per comprendere il territorio e scoprì una chiave determinante. Notò che in alcune elaborazioni il legno dominava in modo assoluto, mentre in altre cedeva il protagonismo. La ricerca risiedeva proprio lì.


“Jean-Claude è come un alchimista”, spiega Montxo. E non è un'esagerazione. Durante quattro intense giornate sono capaci di chiudersi a lavorare sugli assemblaggi, annusare i vini fuori contesto e discutere fino a trovare la combinazione adeguata. Un processo vivo che tornano a ridefinire un anno dopo, dimostrando che in Vivaltus nulla è scritto nella pietra.

Vigneto, cantina e persone

Tutta la filosofia di Vivaltus si basa su tre pilastri chiari: il vigneto, la cantina e le persone.


Il vigneto è il grande punto di partenza e la vera anima di Vivaltus. Invece di cercare un'unica tenuta omogenea, la cantina ha articolato la sua identità selezionando meticolosamente parcelle di vigneto vecchio situate a un'altitudine tra 840 e quasi 1.000 metri. È a queste altitudini elevate, in appezzamenti storici situati in comuni come Fuentenebro, Anguix o la zona di Atauta, che il vigneto di Vivaltus trova la sua freschezza distintiva. Questo mosaico di suoli (sabbie, argille e calcari) e la diversità di microclimi permettono a Montxo di modellare un assemblaggio complesso ed equilibrato. Per lui, l'altitudine non è solo un dato tecnico; è il vero DNA del progetto, lo strumento che consente di sfuggire all'eccessiva concentrazione e di estrarre l'espressione più elegante e pura delle sue uve.


La cantina è lo spazio dove quella materia prima viene rispettata ed esplorata. La sperimentazione continua nella sala di invecchiamento, dove appena il 10% dei recipienti sono alternative al legno, come silox, vetro o anfore. Anche se è una percentuale piccola, rappresenta una chiara dichiarazione di intenti e spiega perché si avventurano persino con bianchi da invecchiamento, dimostrando che l'albillo della zona ha una grande capacità di invecchiamento.


E, infine, le persone. La parte umana che connette il passato con il futuro. “Dobbiamo lasciare ai nostri figli le vigne meglio di come ce le hanno lasciate i nostri genitori”, riassume Montxo per spiegare un modo di lavorare incentrato sulla sostenibilità e sul patrimonio viticolo. Da questa stessa dimensione umana nascono le alleanze tra famiglie, l'apprendimento in rete dopo le sue esperienze internazionali a Mendoza e il riconoscimento ricevuto come miglior enologo nei premi di Tim Atkin per Rueda.


Un premio che lo rende felice, ma di cui preferisce non attribuirsi tutto il merito. Prima di parlare di sé stesso, parla di suo padre, da cui ha imparato tutto ciò che sa, e dei viticoltori del suo paese, che ammira tanto quanto i grandi nomi internazionali del vino.


Perché per lui, il lavoro enologico è sempre collettivo e in continua evoluzione. “Stiamo migliorando, ma il miglior vino deve ancora arrivare”. Una frase che, più che una promessa, è un'intera filosofia di vita.