Quando parliamo di una rivoluzione, tendiamo a pensare a cambiamenti drastici, a una rottura con il passato. Ma esistono rivoluzioni che non nascono dal rifiuto, bensì dal ritorno. Dal tornare a guardare dove tutto è iniziato. A Labastida, un piccolo paese della Rioja Alavesa dove il vino è parte integrante del paesaggio e del carattere, cinque viticoltori hanno deciso che la loro rivoluzione consisteva, precisamente, nel guardare indietro.
È così che è nato Cosecheros de Labastida, un progetto che non cerca di reinventare il vino, ma di recuperare l'essenza del "cosechero": colui che lavora la propria terra, produce con le proprie uve e imbottiglia senza artifici né intermediari. Con il sostegno di Telmo Rodríguez e la Granja Nuestra Señora de Remelluri, questi cinque uomini —Jorge Gil, Íñigo Perea, Luis Salazar, Alain Quintana e Alberto Martínez— stanno restituendo a Labastida la sua voce più autentica. Una voce che parla di paesaggio, di famiglia e di tempo.
Tra di loro, Luis Salazar rappresenta meglio di chiunque altro quella mescolanza di eredità e convinzione. Viticoltore di quinta generazione, ricorda con un sorriso come suo nonno lo puniva facendolo lavorare nel vigneto di famiglia. “Quello che un tempo era una punizione, ora è la mia vita”, dice mentre osserva le viti di Los Herreros, la tenuta che dà il nome al suo vino.
Situato su un pendio protetto dal vento, il vigneto fu piantato e innestato dallo zio di suo padre, attraverso una selezione massale delle migliori viti familiari. Non c'è laboratorio che sia intervenuto lì, solo esperienza e tradizione accumulate nel corso dei decenni.
La produzione di Los Herreros segue la stessa filosofia: vendemmia manuale di tempranillo, garnacha e viura in piccole casse, selezione acino per acino, fermentazione con lieviti autoctoni e un lungo riposo in botti di rovere francese e americano, dove il vino matura tra i 12 e i 18 mesi prima di riposare altri 2 anni in bottiglia.
Los Herreros di Luis Salazar è un vino serio ma accogliente, con l'eleganza della semplicità e la profondità del ben fatto. Un rosso che non cerca di impressionare, ma di durare. Come la rivoluzione da cui nasce: quella di chi, invece di guardare fuori, ha deciso di guardare dentro.